Polava

Nelle valli del Natisone, in comune di Savogna, una piccola strada attraversa un gruppo di case e prosegue entrando in Slovenia poco oltre. Quelle case sono Polava.  Ci si arriva se ne si conosce l’esistenza oppure per caso, sbagliando strada.  Qualcuno anni prima era arrivato da molto lontano, aveva visto le montagne, ci si era fatto accompagnare e sulle sue indicazioni era sorto il Cian Ciub Ciö Ling.

Nel 1999 e nel 2001 anch’io ero andato lontano, molto lontano. Il primo viaggio l’avevo organizzato per caso, il secondo come spontanea conseguenza del primo. In entrambe le occasioni eravamo entrati in contatto con un mondo diverso dal nostro, abitato da persone semplici ed aperte, di cui sino a quel momento avevo solo letto e sentito narrare o descritti in documentari televisivi.    In quei due viaggi mi ero trovato a condividere festeggiamenti con persone di altre culture e religioni, ed avevo apprezzato la loro disponibilità ed apertura: persone che non mi avevano chiesto quale religione seguissi che non avevano obiettato se avevo colore o forma degli occhi diversi da loro; mi ero trovato in un altro mondo molto diverso da quello dove sono cresciuto ed abito. Non erano i miei primi viaggi, ma assieme a quello in Perù sono stati quelli che hanno lasciato le sensazioni migliori.     

Nel mio mondo la paura dell’altro è una presenza costante che attanaglia principalmente chi non si è mai spostato abbastanza dal proprio nido per scoprire che esistono anche altri mondi il confini del proprio orticello e forse, conosce il mondo attraverso uno schermo dove le immagini vengono commentate, talvolta in modo personalizzato, in programmi realizzati apposta per le caratteristiche di quel tipo di spettatori, spettatori che pensano che il proprio sia il paese più bello, semplicemente perché non ne hanno mai visitati altri.

Ero andato in Nepal, non per trekking od arrampicate commerciali c’ero andato per conoscere e soprattutto incontrare, altre culture e modi di vivere, altre esperienze culinarie, altra luce colori, profumi: quello che cerco nei miei rari viaggi apprezzando quanto il mondo sia varie e proprio per questo bello. Mi ero così trovato a visitare anche templi Buddisti ed Indu e, con mia sorpresa, avevo inaspettatamente condiviso esperienze con monaci buddisti.

Avevo da tempo iniziato a percepire la differenza tra chi predica l’uguaglianza tra gli uomini senza applicarla e chi la applica senza predicarla: con i fatti. In quei viaggi ciò che prima avevo solo percepito si era concretizzato: avevo incontrato realtà dove gli esseri viventi vengono rispettati in quanto tali.  Non era come guardare un film, perlopiù doppiato, o leggere un libro tradotto, era reale. Contrariamente ad alcuni miei “conterranei” le persone che avevo incontrato non vantavano le “proprie tradizioni”, le seguivano e basta, mentre io che venivo da fuori mi adeguavo alle loro o, perlomeno, cercavo di non contrastarle.

I Monaci Buddisti che incontrai in quei due viaggi non si preoccupavano nemmeno di chi doveva essere servito per primo nelle varie occasioni, non si preoccupavano di ciò nemmeno i Buddisti laici che incontrai. In Nepal avevo condiviso esperienze e momenti con perfetti sconosciuti che mi avevano accolto tra loro come loro e dopo la prima esperienza avevo voluto tornarci la seconda volta, come per stropicciarmi gli occhi, per vedere se fosse sogno o realtà. 

Da anni mi chiedevo come si possano praticare religioni nelle quali il rispetto del prossimo è limitato al proprio “recinto”, religioni che fomentano e tollerano Guerre, definite “Sante” o “Crociate” a seconda di chi le invoca, ma pur sempre Guerre; mi chiedevo inoltre come sia possibile che, in presenza di Santi che strappano il proprio mantello per donarlo ai Poveri,  con testi sacri che “autori stranieri” hanno ambientato nella attuale Palestina con personaggi “buoni” originari di quelle terre e della Persia e con solo due “antenati” dei nostri connazionali caratterizzati dall’abilità nel “lavarsene le mani” uno e nell’ “Offrire da bere Vino scadente che appare più un Aceto” l’atro…..      insomma, con questi esempi, come si fa a dichiararsi Credenti, forse ignorandone o travisandone la pratica ed i testi?  Magari anche pensando che “Illuminare gli Abeti” sia una “Nostra tradizione” da bambino mi avevano spiegato che deriva da altre culture.   D’altronde qualcuno ha copiato un simbolo religioso, di antiche culture indoeuropee trasformandolo in “proprio” simbolo e sotto quel simbolo ha praticato orrori di cui sentiremo sempre parlare. Copiare anche i simboli religiosi per farli propri, alla faccia dell’Originalità e della Fantasia!  Come confondere una Manovra d’attracco con uno speronamento, tipico di chi non è mai uscito in mare ma ne parla da esperto!

Nel 1959 il Tibet venne invaso ed annesso ad altra nazione, Il Dalai Lama fuggì in India, così come molti Tibetani, il mondo allora si comportò come ha fatto troppo spesso e come fa tuttora: Ignorò!     Da allora quei profughi e quei religiosi sono esuli in paesi che li ospitano.   Qualcuno potrebbe dire “lo hanno voluto loro, se restavano a casa loro nessuno li avrebbe mandati via”, frasi che sento oggi riferite ad altre situazioni; frasi che pronunciate in un paese di “Emigranti”, da parenti di “Emigranti” appare un’eresia.  Alcuni di quei profughi Tibetani e dei loro discendenti li ho incontrati e conosciuti proprio nei miei due viaggi in Nepal accrescendo la mia ammirazione per quella popolazione e quella cultura, ammirazione che mi ha portato a Polava, non per caso.   Avevo già visitato il Museo Heinrich Harrer a Hütteldorf, avevo visto la tomba di Peter Aufschneiter a Kitzbuhel, avevo visto e letto “Sette anni in Tibet” così come altri libri sull’argomento.   No, a Polava non ci si arriva per caso. 

Conoscevo Licia da molti anni e quando da lei appresi di questo “Centro Buddista” le chiesi informazioni circa l’attività e la possibilità di visitarlo.  Lei, nel suo stile, fece molto di più: organizzò un “incontro” in occasione del soggiorno presso il Centro di un Monaco proveniente da Dharamshala. In quei giorni, un secondo Monaco, che accompagnava il primo, era impegnato nella realizzazione di un mandala e vedendolo trovai il coraggio di chiedere il permesso di fotografare il Mandala in “Work in Progress” promettendo, ovviamente, la massima attenzione!  Feci solo due scatti, uno è lo sfondo della pagina principale di questo Sito. Quella visita non si racchiuse nei due scatti, fu la visita al centro ed un incontro con quel Monaco, discendente di esuli, venuto da una cittadina dell’India.  Durò tutto il pomeriggio. Avevo apprezzato la sala dei 1000 Budda e mi era rimasta la curiosità di rivederla, e di immergermi in quella atmosfera cosi quando contattai nuovamente uno dei collaboratori del centro per fissare una giornata in cui andarci, gli scatti fotografici furono la scusa per tornarci.   Arrivai nel pomeriggio ed uscii la sera, con il buio, di scatti ne avevo fatti diversi, ma, soprattutto, avevo avuto la possibilità di rimanere da solo, concentrato si sulle fotografie, ma avvolto dalla tranquillità che l’ambiente trasmette. Alcune ispirazioni ci sono ancora per altri scatti, attendo solo il tempo per poter dedicare un’altra mezza giornata alla visita. Vorrei andare anche in Tibet.

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